LA VIA DEL GUERRIERO SPIRITUALE

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LA VIA DEL GUERRIERO SPIRITUALE

“Se non avete ancora incominciato il vostro cammino spirituale, è meglio che non lo cominciate proprio! Si tratta di un impegno difficile e dovrete affrontare tante di quelle cose che non vi piacciono! Riguardo all’ego, sperimenterete un affronto dopo l’altro. Se non cominciate, probabilmente sarà molto meglio per voi. Meglio non cominciare proprio. Però se decidete di cominciare, allora sarà meglio che arriviate fino in fondo! Ormai che avete cominciato, che cosa avete intenzione di fare? Tornare indietro e coltivare avidità, odio e illusione?”.
Chogyam Trungpa 

IL CAMMINO SPIRITUALE NON È UNA GITA ALLA BEAUTY FARM

Oggi va molto di moda la mindfulness e la crescita personale e in questi contesti spesso il cammino di evoluzione spirituale e personale è presentato come la panacea di tutti i mali, un viaggio straordinario e grandioso alla scoperta del sé. L’elenco dei benefici che si possono trarre da meditazione, mindfulness e yoga è sempre al primo posto nei volantini di promozione dei corsi, mentre poca o nulla attenzione viene riservata all’impegno che questo tipo di pratiche prevedono da parte dell’allievo.

In questi anni di insegnamento mi sono spesso imbattuta in richieste d’aiuto che avevano un denominatore comune: “Sono qui perché voglio risolvere X e mi aspetto di farlo al più presto.”. Credo sia del tutto lecito e naturale voler risolvere i propri problemi in modo duraturo e rapido, in fondo questo è lo schema più antico della mente umana: desidero essere felice e non voglio provare alcun tipo di dolore. Se non fosse per questa spinta a uscire da quel dolore, la maggior parte delle persone non si metterebbe nemmeno in viaggio, quindi ben vengano queste richieste, tuttavia…

Siamo tutti figli dell’aspirina e degli antidolorifici, abituati sin da piccolissimi a mettere a tacere ogni minimo sintomo di disagio ingurgitando farmaci (o stimoli e distrazioni) che ci anestetizzino il più velocemente possibile. Nessuno ci ha mai parlato di un’altra possibilità e così siamo cresciuti credendo di non avere alcun potere ma di dover dipendere da oggetti esterni (farmaci, droghe, stimoli, relazioni, lavoro ecc…) per “risolvere” i nostri problemi. Risolvere non è ovviamente il termine adatto, perché se davvero gli antidolorifici (chimici e sociali) risolvessero i nostri problemi, noi saremmo tutti felici e il sistema dell’economia globale sarebbe già fallito da un pezzo. La fabbrica del piacere ruota proprio attorno a questo concetto: fornire stimoli piacevoli e anestetizzanti all’umanità rende le persone deboli e influenzabili. Ormai è risaputo anche scientificamente che il piacere è un meccanismo senza fine: quando finalmente raggiungiamo il nostro oggetto di desiderio, subito veniamo proiettati verso un altro desiderio. Ecco allora che non appena avremo messo le mani sull’Iphone X, vorremo quello successivo e così via all’infinito.

Nessuno ci ha mai parlato di un’altra opportunità e anche quando pochi solitari maestri hanno accennato a un’altra via, la gran parte delle persone li ha ritenuti folli o al peggio sadici. Partendo da queste premesse, appare abbastanza ovvio che promuovere i propri incontri di mindfulness dicendo ai partecipanti che saranno invitati a famigliarizzare con dolore e sofferenza è la miglior strategia per il fallimento.

Abbiamo tutti paura di fare fatica, di guardarci dentro, di entrare nelle nostre ferite, di famigliarizzare con la nostra ombra. Vogliamo tutti il sole, la primavera, la gioia. Non siamo disposti a fare fatica perché siamo stati cresciuti con l’idea di non essere in grado di sopportare quella fatica, di non avere alcun potere a riguardo. Siamo stati cresciuti con l’idea che da qualche parte esista una bacchetta magica capace di compiere le scelte al posto nostro e sollevarci da ogni tipo di responsabilità e sofferenza.

Purtroppo, però, la bacchetta magica non esiste. È solo un’illusione, grande almeno quanto quella che ci tiene costantemente in tensione, raccontandoci che quando finalmente saremo, o avremo… allora saremo felici.

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 COSA METTERE NELLO ZAINO?

Mi dispiace se ho infranto i tuoi sogni. Magari speravi di cominciare a meditare e ottenere la liberazione definitiva dalla sofferenza, o di riuscire a compiere quella scelta che ora proprio non riesci a fare. Speravi che ti svelassi il segreto ultimo e potente per trasformare la tua vita in una collezione di successi e invece…

Invece il segreto è solo uno: costanza. Non puoi sperare di fare un concerto alla Scala se ti eserciti a suonare il piano per mezz’ora alla settimana. E ti assicuro che fare un concentro alla Scala è molto più semplice che lasciare andare certi schemi non salutari e inconsci che ti fanno soffrire molto a tua insaputa.

Nello zaino devi mettere la costanza, la caparbietà, lo sforzo gentile. Mi spiace, qui c’è da far fatica. Non puoi arrivare in vetta se non ti metti in viaggio e non esiste nessun mezzo che ti ci possa portare se non le tue gambe. Essere costanti significa che dovrai camminare non solo quando sarai terrorizzato dal temporale che incombe all’orizzonte, ma sempre, specialmente quando c’è il sole e sembra che tutto sia perfetto. È quando c’è il sole infatti che puoi coprire distanze più lunghe e fare sforzi più intensi, capaci di avvicinarti alla meta.

Immagina che la costanza sia lo zaino stesso, il grande contenitore che comprende tutte le altre abilità che dovrai tirare fuori per arrivare in cima. Ti servirà coraggio e anche tanto, perché ti verrà chiesto di non muoverti anche quando il temporale imperversa su di te. Coraggio di essere onesto con te stesso, di andare in profondità, di non mollare quando ti sembrerà di aver trovato una scorciatoia.

Avrai anche bisogno di gentilezza, perché il coraggio senza la gentilezza non può portarti lontano. Il coraggio da solo ti spingerebbe ad andare oltre i tuoi limiti, mentre la gentilezza ti aiuta a stare con coraggio proprio dove c’è il limite e provare a superarlo di un solo unico passo, accogliendo e ascoltando tutto ciò che sorge, senza giudicarti nel caso in cui non te la sentissi di fare quel passo. Quando c’è gentilezza, non può esserci giudizio. E noi non vogliamo il giudizio, perché è quella carta del gioco dell’oca che ti rispedisce al via: cancella ogni progresso fatto e crea un ambiente non sano in cui procedere.

Infine avrai bisogno di saggezza, per sapere quando è il momento di riposare, quando di avanzare e quando di tornare sui tuoi passi.

 L’ADDESTRAMENTO DEI MONACI DELLA FORESTA

 “Esistono due tipi di sofferenza – spiega Ajahn Chah – la prima è quella che causa ulteriore sofferenza: noi le sfuggiamo e lei ci segue ovunque. La seconda sofferenza arriva quando smettiamo di scappare. È questo secondo tipo di sofferenza che può condurci alla libertà.”

Il suo monastero era famoso in Thailandia per essere un centro molto rigoroso. Ai monaci non veniva richiesto solo di praticare meditazione ma di assumere uno stile di vita consapevole e disciplinato e di prestare un’attenzione costante a tutto ciò che facevano. L’insegnamento si basava su 4 livelli: la resa, la chiara visione, il lasciare andare le difficoltà e l’equilibrio.

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Non credo che nessuno di noi abbia per ora intenzione di farsi monaco, ma ritengo che questi 4 livelli possano essere messi in pratica anche nella vita mondana e siano un approccio molto prezioso e interessante al cammino spirituale. Vediamoli nel dettaglio:

1.       Resa

La resa significa accettare che qualsiasi cosa fa parte della nostra pratica. Non c’è una separazione tra il momento in cui decidiamo di meditare o fare yoga e la vita. Qualsiasi attività va svolta con cura impeccabile e con una presenza intensa e continuata, come se stessimo praticando una meditazione formale. Questo ci porta a lasciare andare i nostri desideri su come vorremmo che le cose fossero o non fossero, le nostre resistenze, giudizi e paure. Ogni passo su questa terra ha lo scopo di risvegliarci.

Vi porto un esempio personale. La pandemia mi ha messa di fronte alla necessità di prendermi cura di mia figlia in modo totale e rinunciare così a molte attività che potevo fare prima. All’inizio ho sperimentato frustrazione, derivata in parte dalla stanchezza e in parte dal fatto di non poter avere un piccolo spazio per me in cui potermi dedicare alle mie pratiche. “Quando potrò finalmente meditare?” Mi domandavo… “Magari stasera…” speravo, ma poi arrivavo a sera così stravolta da non riuscire a tenere gli occhi aperti. Mi mancava la possibilità di lavorare, scrivere, insegnare… Finché un giorno non mi sono fermata e ho compreso che mi stavo perdendo tutto. Mia figlia, il mio percorso spirituale, la vita. Desiderando essere/fare altro, non stavo vivendo il momento presente. Questa è la resa: comprendere che il cammino spirituale è fare qualsiasi cosa ci sia bisogno di fare. Forse pensiamo di dover raggiungere l’illuminazione seduti in ritiro per 565 giorni, ma in realtà possiamo cominciare pulendo il pavimento.

La resa è comprendere che in qualsiasi luogo ci si trovi, quello è il luogo giusto per praticare.

Non trovate sia un ottimo spunto di riflessione anche per noi laici?

2.       Chiara visione

Una volta che ci si è arresi alla realtà delle cose, occorre penetrare il cuore dell’esperienza per vederla con grande chiarezza. Significa essere onesti con sé stessi e riconoscere cosa abbiamo dentro senza rifiutarlo. Qualunque cosa accada, c’è la pulsione a comprenderla, ad affrontarla.

La chiara visione emerge solo quando siamo disposti a svuotare la nostra mente dalle opinioni che contiene. La chiara visione fa emergere la saggezza e per essere sviluppata ha bisogno non solo di poche sessioni di meditazioni giornaliere, ma dell’intenzione forte di vivere saggiamente ogni istante della vita. Avere una visione chiara significa guardare la propria mente, i propri schemi, le proprie paure con compassione. Non puntare gli occhi all’esterno e paragonarsi con gli altri ma tenerli fissi all’interno per cercare di comprendersi meglio e più profondamente.

3.       Lasciare andare le difficoltà

Ajhan Chah voleva che le persone affrontassero le proprie difficoltà come mezzo per scoprire la libertà. Due erano gli strumenti che forniva: superare le difficoltà affrontandole con attenzione consapevole e lasciarle andare.

Secondo il monaco, se soffriamo significa che stiamo provando attaccamento, quindi quale migliore occasione di pratica?

In genere, noi tendiamo a fuggire da ciò che non ci piace, ma questo non fa parte del cammino spirituale. Ajhan Chah spingeva i suoi monaci ad andare proprio lì dove per loro era più difficile. Se a uno non piaceva parlare in pubblico, lui lo spingeva a tenere un discorso di Dharma per tre ore, se un altro amava stare in mezzo alle persone, lui lo mandava per settimane da solo nella foresta.  In ogni momento cercava di comprendere a cosa i monaci erano più attaccati in modo da insegnar loro a rinunciare proprio a quella cosa, ad arrendersi e lasciarla andare. Il suo maestro, a sua volta, gli aveva dato un insegnamento molto prezioso: “Se la paura viene sconfitta, la mente verrà inondata di coraggio e godrà di una profonda pace interiore. Se invece ne esce vincitrice la paura, questa si moltiplicherà rapidamente e in maniera prodigiosa.”.

Nei monasteri della foresta c’è la tradizione di spingere i monaci a fare le cose che trovano sgradevoli. Se Ajahn Chah vedeva che eri irrequieto o annoiato, ti metteva in situazioni che avrebbero accresciuto ancora di più la tua irritazione e la tua noia fino a che tu fossi riuscito a rendertene conto. “Devi rendertene conto – diceva – fino a morire. Tutto qui. Tutto quello che oppone resistenza è il senso dell’io, il piccolo sé, e bisogna lavorarci sopra fino a farlo morire. Questo significa superare le difficoltà.

Rendersi conto dei propri stati mentali sembra una cosa banale ma in realtà non è poi così scontata. Ajahn Chah, parlando dello stato mentale della rabbia, diceva che non serve a nulla tirarla fuori e farla a pezzi. Piuttosto è necessario viverla fino in fondo. “Torna nella tua capanna afosa – diceva – avvolgiti nelle tonache più pesante e trascorri la giornata pieno di rabbia, percepiscila fino in fondo, vivi il tuo corpo, le tue emozioni, le tue storie. Siediti insieme alla tua rabbia. Chiudi la tua rabbia in una gabbia di consapevolezza e fa che essa si trasformi in un insegnamento.”

Questo genere di addestramento può apparire simile a quello dei marines, ma in realtà Ajahn Chah aveva una profonda conoscenza dell’animo umano e non spingeva mai troppo oltre le cose. Era solito insegnare che ognuno di noi deve conoscere la forza del proprio carro per non può caricarlo con un peso eccessivo, altrimenti si romperà.

Andare dritti al cuore delle difficoltà, affrontarle, e poi lasciarle andare era a suo parere l’unica via per superarle. Qualsiasi situazione, circostanza, pensiero o storia che ci intrappoli ha bisogno di essere lasciato andare. Non ci può essere pace al di fuori di questo. Ci sono attaccamenti che causano molto dolore e che ci fanno pensare di non essere in grado di lasciarli andare. Ajahn Chah insegnava in questi casi a essere genitori gentili e accoglienti. Il genitore è la nostra consapevolezza, il bimbo la nostra mente. A volte non serve lottare e opporsi in modo diretto, piuttosto è meglio rispondere “va bene” e continuare a sorvegliare.

Per praticare con saggezza occorre lasciare andare le aspettative. Meditare non significa cambiare gli oggetti della mente ma osservare come tutto sorge e tutto passa e non ci sia alcun bisogno di respingere o trattenere. Per fare questo non è necessario sedere per molte ore. Come diceva Ajahn Chah: “alcuni credono che più a lungo si rimane seduti più si mostra di essere saggi. Ho visto delle galline restare accovacciate per intere giornate.”.

La saggezza deriva dall’essere consapevoli in qualsiasi posizione ci si trovi.

4.       L’equilibrio

Vivere in equilibrio significa percorrere la via mediana insegnata dal Buddha. Comprendere che è solo andando oltre ogni tipo di dualità che potremo tornare liberi. Non esiste il bene o il male, il giusto o lo sbagliato, il puro e l’impuro. Dobbiamo andare anche oltre il sé e il non sé, oltre la nascita e la morte. Il vero Buddha, che è la nostra natura più profonda, è senza tempo, senza nascita, non collegato a nessuna storia, persona o immagine. Il Buddha è il fondamento di tutto l’essere, la realizzazione della verità della mente immobile.

La libertà viene dal riconoscere il non sé. Il nostro corpo non ci appartiene, altrimenti se gli comandassimo di non invecchiare lo farebbe. E così la nostra mente e qualsiasi altra cosa. Quando guardiamo oltre il sé, non siamo più attaccati alla felicità e quando non siamo più attaccati alla felicità, allora possiamo essere veramente felici.

Bibliografia:

Jack Kornfield, La vita serena, la pratica di meditazione buddhista nell’esistenza quotidiana, Corbaccio, 2015

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